In mostra a Parma dal 12 marzo al 3 luglio
Autoritratto: Lucio Fontana non ha segreti alla Fondazione Magnani Rocca

Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1951. Olio e sabbia su tela. Milano, Fondazione Lucio Fontana (© Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2022)
Francesca Grego
08/03/2022
Parma - Cinquanta opere per tracciare un ritratto di Lucio Fontana: succede alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca alle porte di Parma. Dal 12 marzo al 3 luglio, i famigerati tagli e buchi noti come Concetti spaziali incontreranno i Teatrini e le Nature bronzee, fino all’imponente Fine di Dio, in un itinerario che abbraccia l’intera ricerca dell’artista italo-argentino per penetrarne il mistero. Con una peculiarità non trascurabile: a guidare i visitatori alla scoperta dell’opera di Fontana saranno le parole dello stesso artista, che la storica e critica d’arte Carla Lonzi registrò durante una memorabile intervista. E il ritratto diventa un autoritratto.
Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. I cieli sono ormai regolarmente percorsi da moltitudini di aerei e l’uomo sta per sbarcare sulla Luna, nei laboratori scientifici continua la ricerca su raggi ed elettroni, mentre la televisione fa viaggiare nell’etere immagini immateriali. Che senso ha in questo mondo un’arte ancorata ai limiti del visibile? Perché restare confinati sulla Terra? Fontana crede nel futuro. Con lo Spazialismo cerca “un’altra dimensione”, un’arte capace di andare oltre la materia.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, New York 10, 1962, lacerazioni e graffiti su rame, 234x94 cm (ogni pannello). Milano, Fondazione Lucio Fontana (© Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2022)
“La scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l’infinito”, osserva il maestro: “Allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti e ho creato una dimensione infinita, un’x che, per me, è la base di tutta l’arte contemporanea. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao”. La giovane studiosa, allieva del grande Roberto Longhi, non si fa sfuggire l’occasione di catturare le parole di Fontana con l’aiuto di un registratore, strumento del tutto innovativo per i critici d’arte dell’epoca. Farà lo stesso con Carla Accardi, Jannis Kounellis, Cy Twombly, Mimmo Rotella e altri grandi protagonisti della scena contemporanea, per poi trascrivere e riassemblare le conversazioni nel volume Autoritratto del 1969, formidabile fotografia dell’arte italiana in un’epoca di rivoluzionarie novità.
A Mamiano di Traversetolo l’intervista a Fontana in versione originale e integrale diventa la colonna sonora e il fil rouge della mostra: parole in libertà che, senza filtri, ci aiutano a far luce su uno degli interpreti più affascinanti ed enigmatici dell’arte del Novecento, tra riflessioni sul suo lavoro e sulla sua attività di collezionista, osservazioni sul sistema dell’arte e sprazzi di vita quotidiana, nonché commenti di disarmante schiettezza su colleghi come Robert Rauschenberg e Jackson Pollock. Mentre l’audio lascia trasparire un’inedita complicità tra critico e artista, davanti agli occhi scorrono le invenzioni di Fontana, dalle sculture degli anni Trenta alle tele tagliate e squarciate tra i Quaranta e i Sessanta, fino all’enorme New York 10 del 1962dove il rame si copre di lacerazioni e graffiti in dialogo con la luce, e al potentissimo La Fine di Dio del ’63, una grande opera realizzata a olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela, emblematica della concezione spazialista e insieme religiosa dell’artista.

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attese, 1961. Idropittura su tela I Courtesy Fondazione Magnani Rocca
Completano il percorso i lavori di Enrico Baj, Alberto Burri, Enrico Castellani, Luciano Fabro, Piero Manzoni, Giulio Paolini, in arrivo dalla collezione personale di Fontana, che amava seguire e promuovere i colleghi più giovani. Da non perdere sono infine gli scatti di Ugo Mulas, il “fotografo degli artisti”, l’unico ammesso a documentare il singolare modus operandi del maestro dello Spazialismo. Alla Villa dei Capolavori lo scopriremo passo dopo passo grazie alla presenza di un’opera appartenuta a Mulas, della quale il fotografo riprese l’intero processo creativo, dal primo “buco” al lavoro finito.
A cura di Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone e Stefano Roffi, Lucio Fontana. Autoritratto è frutto della collaborazione di Fondazione Magnani Rocca con la Fondazione Lucio Fontana di Milano e si avvale di prestiti provenienti dal MART - Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, dal Museo Novecento di Firenze, dallo CSAC - Università di Parma, dalla Collezione Intesa Sanpaolo, dal Patrimonio Artistico del Gruppo Unipol, dalla Collezione Barilla di Arte Moderna, dall’Archivio Ugo Mulas, dalla Biblioteca Fondazione Cariparma, Donazione Corrado Mingardi e da altri prestigiosi archivi e collezioni private.

Lucio Fontana, Concetto spaziale. La fine di Dio, 1963. Olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela. Milano, Fondazione Lucio Fontana (© Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2022)
Leggi anche:
• Il Cosmo oltre la materia. Le profezie di Lucio Fontana
• Metti un neon di Fontana a Bilbao
Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. I cieli sono ormai regolarmente percorsi da moltitudini di aerei e l’uomo sta per sbarcare sulla Luna, nei laboratori scientifici continua la ricerca su raggi ed elettroni, mentre la televisione fa viaggiare nell’etere immagini immateriali. Che senso ha in questo mondo un’arte ancorata ai limiti del visibile? Perché restare confinati sulla Terra? Fontana crede nel futuro. Con lo Spazialismo cerca “un’altra dimensione”, un’arte capace di andare oltre la materia.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, New York 10, 1962, lacerazioni e graffiti su rame, 234x94 cm (ogni pannello). Milano, Fondazione Lucio Fontana (© Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2022)
“La scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l’infinito”, osserva il maestro: “Allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti e ho creato una dimensione infinita, un’x che, per me, è la base di tutta l’arte contemporanea. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao”. La giovane studiosa, allieva del grande Roberto Longhi, non si fa sfuggire l’occasione di catturare le parole di Fontana con l’aiuto di un registratore, strumento del tutto innovativo per i critici d’arte dell’epoca. Farà lo stesso con Carla Accardi, Jannis Kounellis, Cy Twombly, Mimmo Rotella e altri grandi protagonisti della scena contemporanea, per poi trascrivere e riassemblare le conversazioni nel volume Autoritratto del 1969, formidabile fotografia dell’arte italiana in un’epoca di rivoluzionarie novità.
A Mamiano di Traversetolo l’intervista a Fontana in versione originale e integrale diventa la colonna sonora e il fil rouge della mostra: parole in libertà che, senza filtri, ci aiutano a far luce su uno degli interpreti più affascinanti ed enigmatici dell’arte del Novecento, tra riflessioni sul suo lavoro e sulla sua attività di collezionista, osservazioni sul sistema dell’arte e sprazzi di vita quotidiana, nonché commenti di disarmante schiettezza su colleghi come Robert Rauschenberg e Jackson Pollock. Mentre l’audio lascia trasparire un’inedita complicità tra critico e artista, davanti agli occhi scorrono le invenzioni di Fontana, dalle sculture degli anni Trenta alle tele tagliate e squarciate tra i Quaranta e i Sessanta, fino all’enorme New York 10 del 1962dove il rame si copre di lacerazioni e graffiti in dialogo con la luce, e al potentissimo La Fine di Dio del ’63, una grande opera realizzata a olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela, emblematica della concezione spazialista e insieme religiosa dell’artista.

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attese, 1961. Idropittura su tela I Courtesy Fondazione Magnani Rocca
Completano il percorso i lavori di Enrico Baj, Alberto Burri, Enrico Castellani, Luciano Fabro, Piero Manzoni, Giulio Paolini, in arrivo dalla collezione personale di Fontana, che amava seguire e promuovere i colleghi più giovani. Da non perdere sono infine gli scatti di Ugo Mulas, il “fotografo degli artisti”, l’unico ammesso a documentare il singolare modus operandi del maestro dello Spazialismo. Alla Villa dei Capolavori lo scopriremo passo dopo passo grazie alla presenza di un’opera appartenuta a Mulas, della quale il fotografo riprese l’intero processo creativo, dal primo “buco” al lavoro finito.
A cura di Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone e Stefano Roffi, Lucio Fontana. Autoritratto è frutto della collaborazione di Fondazione Magnani Rocca con la Fondazione Lucio Fontana di Milano e si avvale di prestiti provenienti dal MART - Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, dal Museo Novecento di Firenze, dallo CSAC - Università di Parma, dalla Collezione Intesa Sanpaolo, dal Patrimonio Artistico del Gruppo Unipol, dalla Collezione Barilla di Arte Moderna, dall’Archivio Ugo Mulas, dalla Biblioteca Fondazione Cariparma, Donazione Corrado Mingardi e da altri prestigiosi archivi e collezioni private.

Lucio Fontana, Concetto spaziale. La fine di Dio, 1963. Olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela. Milano, Fondazione Lucio Fontana (© Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2022)
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