Dal 13 maggio al 19 ottobre al Museo Diocesano Carlo Maria Martini
Dorothea Lange in arrivo a Milano

Dorothea Lange, Centro di trasferimento di Manzanar. Scena di strada delle baracche di questo centro della WRA. La tempesta di vento si è placata e la polvere si è depositata - Manzanar, California. 1942 - The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Samantha De Martin
02/04/2025
Milano - Con il coraggio della reporter e la sensibilità della ritrattista, Dorothea Lange è riuscita a portare il dolore collettivo di tante comunità americane all’attenzione del mondo, fornendo spunti di riflessione su temi come la crisi climatica, la povertà, le migrazioni, le discriminazioni, raccontando attraverso i suo scatti l’attualità drammatica degli Stati Uniti.
Dal 13 maggio al 19 ottobre, a 135 anni dalla nascita della fotografa americana, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini racconta, attraverso un centinaio di scatti, l’apice della sua carriera tra gli anni Trenta e Quaranta.
Realizzata in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, e a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, l'esposizione affronta numerose tematiche, dalla condizione dei lavoratori agricoli alla schiavitù, fino alla segregazione della popolazione giapponese in seguito all’attacco di Pearl Harbour, ripercorrendo le contraddizioni di un Paese in difficoltà.
Si comincia dagli anni Trenta e Quaranta del Novecento, quando la Lange si fa testimone di alcuni degli eventi epocali che avrebbero modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti, su tutti il crollo di Wall Street, quando è costretta ad abbandonare il mestiere di ritrattista per documentare l'attualità. C’è il viaggio intrapreso nel 1935 con l’economista e futuro marito Paul S. Taylor, per raccontare le drammatiche condizioni di vita nelle quali versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 da una dura siccità, e c’è il fenomeno delle Dust Bowl, le tempeste di sabbia raccontate anche da John Steinbeck nel romanzo Furore (1939).

Dorothea Lange, Un grande cartello con la scritta "Sono un americano" affisso sulla vetrina di un negozio tra le [401-403 Eighth] e Franklin Street l'8 dicembre, il giorno dopo Pearl Harbor
I viaggi di Lange diventano sempre più intensi al fine di raccontare i luoghi e i volti della povertà durante l’adesione al programma governativo Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal.
Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, la fotografa realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che accompagnano le opere. Nasce in questo contesto anche Migrant Mother, immagine destinata a diventare iconica, e che immortala una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse.
Un altro nucleo di scatti risale agli anni, iniziato per gli Stati Uniti nel 1941 con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, è dedicato proprio alla popolazione americana di origine giapponese internata in campi di prigionia dal governo americano a seguito dell’entrata in guerra. Anche questa volta Lange, che lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso, documenta attraverso le sue fotografie l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria che ha stravolto la vita di migliaia di persone costringendole ad abbandonare le proprie case.

Dorothea Lange, Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue - Nipomo, California. 1936 - The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Il visitatore avrà modo di attraversare contesti complessi e drammatici, ascoltando le esperienze personali e il vissuto emotivo di ogni persona incontrata lungo il percorso, mentre emerge con forza come le scelte politiche e le condizioni ambientali possano ripercuotersi sulla vita dei singoli e cambiarne drasticamente le esistenze.
Dal 13 maggio al 19 ottobre, a 135 anni dalla nascita della fotografa americana, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini racconta, attraverso un centinaio di scatti, l’apice della sua carriera tra gli anni Trenta e Quaranta.
Realizzata in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, e a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, l'esposizione affronta numerose tematiche, dalla condizione dei lavoratori agricoli alla schiavitù, fino alla segregazione della popolazione giapponese in seguito all’attacco di Pearl Harbour, ripercorrendo le contraddizioni di un Paese in difficoltà.
Si comincia dagli anni Trenta e Quaranta del Novecento, quando la Lange si fa testimone di alcuni degli eventi epocali che avrebbero modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti, su tutti il crollo di Wall Street, quando è costretta ad abbandonare il mestiere di ritrattista per documentare l'attualità. C’è il viaggio intrapreso nel 1935 con l’economista e futuro marito Paul S. Taylor, per raccontare le drammatiche condizioni di vita nelle quali versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 da una dura siccità, e c’è il fenomeno delle Dust Bowl, le tempeste di sabbia raccontate anche da John Steinbeck nel romanzo Furore (1939).

Dorothea Lange, Un grande cartello con la scritta "Sono un americano" affisso sulla vetrina di un negozio tra le [401-403 Eighth] e Franklin Street l'8 dicembre, il giorno dopo Pearl Harbor
I viaggi di Lange diventano sempre più intensi al fine di raccontare i luoghi e i volti della povertà durante l’adesione al programma governativo Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal.
Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, la fotografa realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che accompagnano le opere. Nasce in questo contesto anche Migrant Mother, immagine destinata a diventare iconica, e che immortala una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse.
Un altro nucleo di scatti risale agli anni, iniziato per gli Stati Uniti nel 1941 con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, è dedicato proprio alla popolazione americana di origine giapponese internata in campi di prigionia dal governo americano a seguito dell’entrata in guerra. Anche questa volta Lange, che lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso, documenta attraverso le sue fotografie l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria che ha stravolto la vita di migliaia di persone costringendole ad abbandonare le proprie case.

Dorothea Lange, Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue - Nipomo, California. 1936 - The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Il visitatore avrà modo di attraversare contesti complessi e drammatici, ascoltando le esperienze personali e il vissuto emotivo di ogni persona incontrata lungo il percorso, mentre emerge con forza come le scelte politiche e le condizioni ambientali possano ripercuotersi sulla vita dei singoli e cambiarne drasticamente le esistenze.
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